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Carlo Alberto Dalla Chiesa

Carlo Alberto dalla Chiesa nacque a Saluzzo il 27 settembre 1920. Venne alla luce negli alloggi di pertinenza dell’allora caserma dei Reali Carabinieri, oggi scomparsa, che sorgeva nel luogo dove attualmente si trova il liceo scientifico G.B. Bodoni, in via Donaudi. Il padre, l’allora Capitano Romano dalla Chiesa, seppur originario di Parma, comandava in quel momento la Compagnia di Saluzzo.

Nascerà a Saluzzo anche il fratello Romolo, nel 1921, mentre nel 1925 la famiglia lascerà la nostra città alla volta di Livorno.
Iniziato l’impegno militare nel 1941 quale sottotenente di fanteria, Carlo Alberto entrò a far parte dell’Arma nell’anno successivo, assumendo il comando della Tenenza di San Benedetto del Tronto.
Dopo l’armistizio dell’8settembre 1943 non esitò a schierarsi nelle file della Resistenza, operando in clandestinità tra Marche e Abruzzo. Passate le linee del fronte, si unì agli Alleati e a partire dal giugno 1944 ricoprì importanti incarichi nella Roma appena liberata.

La carriera all’interno dell’Arma lo vide agire in diversi luoghi del paese, permettendogli di maturare quell’esperienza che gli fu fondamentale quando fu protagonista, negli anni ’70, della lotta contro le Brigate Rosse, e ancor di più quando, dal 1982, venne nominato Prefetto di Palermo.
Continuava così la sua lotta contro la mafia, compito nel quale già aveva ben meritato due volte. La prima nel 1949-’50 allorché partì volontario per la Sicilia insanguinata dalle cosche e dal bandito Giuliano, distinguendosi per le indagini sull’omicidio del sindacalista Placido Rizzotto, per il quale incriminò Luciano Liggio. La seconda per il lungo periodo (1966-1973) trascorso al comando della Legione Carabinieri di Palermo, quando gettò le basi per una conoscenza sistematica del fenomeno mafioso e denunciò nei suoi rapporti alla Commissione parlamentare antimafia le collusioni tra mafia e politica.

Il 3 settembre 1982, pochi mesi dopo il ritorno in Sicilia, mentre cercava di onorare senza poteri la sua sfida al servizio dello Stato e del popolo italiano, fu assassinato da un commando mafioso in Via Carini a Palermo; morirono assieme a lui la moglie Emanuela Setti Carraro e l’agente di scorta Domenico Russo.

Lungi dal dimenticare la terra che lo vide bambino, Carlo Alberto dalla Chiesa mantenne sempre vivo il legame con la sua città natale, che ancora ne conserva e tramanda orgogliosa la memoria.
Mai si interruppero i rapporti con la balia Teresa Carletti che di lui si occupò nei primi due anni di vita. Il Generale spesso tornava a farle visita; “Parlavamo della sua infanzia trascorsa a casa mia – ricordava l’anziana di 85 anni il giorno dopo l’agguato mortale a Palermo – e dei suoi incarichi pericolosi. Alberto non aveva paura, credeva in quello che faceva e lo faceva seriamente, fino in fondo”

L’ultima sua visita a Saluzzo risale al dicembre 1981. Fu accolto dall’allora sindaco Franco Lovera. In quell’occasione ribadì il suo sentirsi saluzzese e raccomandò all’Amministrazione civica di invitarlo a manifestazioni e cerimonie cittadine, per continuare a nutrire la sua “saluzzesità”.

La “sua” Saluzzo l’ha mai dimenticato. Nel giorno del primo anniversario del suo omicidio fu a lui intitolata la nuova scuola elementare del quartiere “Maria Ausiliatrice”.
Il 2 giugno 2006, nella sede del Palazzo Civico fu apposta una lapide che ricorda la sua figura e il suo impegno, che oggi diffonde il suo monito accanto a quella dedicata Amedeo Damiano, altro uomo di Stato e delle istituzioni, anch’egli ucciso perché voleva contrastare il malaffare. Inoltre, il locale presidio dell’associazione “Libera” porta il suo nome.

Nel 2020, per celebrarne degnamente il centenario della nascita e per tramandare alle future generazioni i valori per cui ha vissuto e per cui ha lottato fino alla morte, la Città di Saluzzo ha deliberato di dedicargli un monumento. L’opera è stata scoperta il 27 settembre nella centrale piazza Garibaldi, alle spalle della Cattedrale. L’installazione, nata dalla collaborazione di sei artisti saluzzesi, è costituita da una grande colonna istoriata alta 4 metri.

L’opera riporta, tra il resto, alcune significative parole del Generale stesso: “Se è vero che esiste un potere, questo potere è solo quello dello Stato, delle sue istituzioni e delle sue leggi; non possiamo oltre delegare questo potere né ai prevaricatori, né ai prepotenti, né ai disonesti”

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