Silvio Pellico

Silvio Pellico nasce a Saluzzo il 24 giugno del 1789. Affronta gli studi a Torino per poi proseguirli a Lione, presso uno zio. Secondo i programmi della famiglia dovrebbe avviarsi alla carriera commerciale, ma le sue inclinazioni sono di tutt’altro genere. Resterà in Francia fino all’età di vent’anni, assimilando lingua e cultura di quel paese.


Nel 1809 torna in Italia, a Milano, dove comincia a lavorare prima come professore di francese e poi come precettore presso varie famiglie patrizie fino a quella del conte Porro Lambertenghi. Matura una forte passione per le lettere, che lo porta a conoscere e frequentare alcuni fra i più grandi esponenti della cultura dell’epoca. Comincia in questi anni la sua produzione, in particolare di tragedie, la più importante delle quali è “Francesca da Rimini” che, rappresentata per la prima volta nel 1815, riscontra un successo trionfale.
In casa di Lambertenghi, fervido liberale, Pellico matura la sua coscienza politica e nel 1818 inizia la collaborazione con la rivista “Il Conciliatore” che il governo austriaco sopprime un anno dopo, nel 1819. Si tratta di uno dei passi fondamentali verso la formazione di quello spirito unitario nazionale che darà vita al Risorgimento italiano.


Aderisce alla carboneria milanese di Pietro Maroncelli e per questo motivo, scoperto dagli austriaci, viene arrestato il 13 ottobre 1820. Trasferito al carcere dei “Piombi” di Venezia, quattro mesi dopo viene processato e condannato a morte, con pena “commutata in quindici anni di carcere duro da scontarsi nella fortezza dello Spielberg”, in Moravia. Graziato nel 1830, fa ritorno a Torino dove trova da vivere come bibliotecario in casa dei marchesi di Barolo. Si tratta di un ambiente conservatrice e perbenista, ma la cui tranquillità gli fornirà la giusta disposizione d’animo per riprendere l’interrotta attività letteraria.


Il 31 gennaio del 1854, a Torino, Silvio Pellico morirà a soli 65 anni.
Gli anni della prigionia allo Spielberg rappresentano certamente il periodo che maggiormente lo segna nello spirito e nel fisico, e proprio da questa durissima esperienza nasce la sua opera più memorabile, “Le mie prigioni”. La vicenda viene narrata da un punto di vista intimo ed umano, senza assumere sentimenti ostili o di rivalsa politica. Inviso ai liberali proprio per l’apparente mancanza di “organicità” alla causa politica, e sottovalutata inizialmente dagli austriaci per ragioni analoghe, “Le mie prigioni” ottiene invece un effetto deflagrante con un enorme successo di pubblico divenendo una sorta di emblema degli ideali risorgimentali. Il cancelliere austriaco Metternich avrà modo di ammettere che quel libro ha nociuto all’Austria più di una sconfitta in battaglia.
A Saluzzo, sua città natale, verrà ricordato con un monumento a lui dedicato, mentre la casa in cui nacque è oggi un museo che ospita importanti collezioni e cimeli.

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